Senilità

Ella nulla rimpiangeva ed egli se ne sorprendeva altrettanto quanto della propria dolorosa compassione. Come le voleva bene! Era veramente sola gratitudine per quella dolce creatura che si comportava come se proprio per lui fosse stata creata, amante compiacente senz'esigenze?
Quando la sera sul tardi tornava a casa e la pallida sorella lasciava il lavoro per fargli compagnia a cena, egli ancora vibrante di commozione, non soltanto non sapeva parlare d'altre cose ma neppure gli riusciva di fingere un interessamento per le piccole faccende di casa che formavano la vita d'Amalia e delle quali ella soleva parlargli. Finiva ch'ella accanto a lui riprendeva il lavoro e restavano nella stessa stanza ognuno solo coi propri pensieri.
Una sera ella lo guardò a lungo senza ch'egli se ne avvedesse; poi, sorridendo con isforzo, gli chiese: - Sei stato finora con lei?
- Chi lei? - chiese egli subito ridendo. Poi si confessò perché aveva bisogno di parlare. Oh, era stata una serata indimenticabile. Aveva amato nella luce lunare, nell'aria tiepida, dinanzi a un paesaggio sconfinato, sorridente, creato per essi, per il loro amore. Ma egli non sapeva spiegarsi. Come poteva dare un'idea di quella serata alla sorella non parlandole dei baci d'Angiolina?
Ma mentre egli ripeteva: - Quale luce, quale aria! - ella indovinava sulle sue labbra le traccie dei baci ai quali egli pensava. Odiava quella donna che non conosceva e che le aveva rubata la sua compagnia e il suo conforto. Ora ch'ella lo vedeva amare come tutti gli altri, le mancava l'unico esempio di volontaria rassegnazione allo stesso proprio triste destino. Tanto triste! Si mise a piangere, da prima con delle lagrime silenziose che cercava di celare sul lavoro, poi, quando egli di quelle lagrime s'accorse, con singhiozzi impetuosi che invano tentò di reprimere.
Cercò di spiegare quelle lagrime: era stata indisposta tutto il giorno, non aveva dormito la notte precedente, non aveva mangiato, si sentiva molto debole.
Egli senz'altro le credette: - Domani se tu non stessi meglio, chiameremo il dottore.
Allora al dolore d'Amalia s'aggiunse l'ira che egli così leggermente si lasciasse ingannare sulla causa delle sue lagrime; quella era la prova della più completa indifferenza. Non ebbe più ritegno, e gli disse che lasciasse stare il dottore perché per quella vita ch'ella faceva non valeva la pena di curarsi. Per chi viveva e perché? Visto ch'egli non voleva ancora comprendere e la guardava estatico, ella disse tutto il proprio dolore: - Neppur tu hai più bisogno di me.
Egli, certo, non capì, perché invece di commuoversi s'adirò: egli aveva passata la sua gioventù solitario e triste; era troppo giusto che di tempo in tempo s'accordasse qualche svago. Angiolina non aveva importanza nella sua vita: era un'avventura che sarebbe durata qualche mese e non più. - Sei veramente cattiva di farmene un rimprovero. - Si commosse soltanto nel vederla continuare a piangere, senza parole, in un'inerzia sconsolata. Per confortarla le promise che sarebbe venuto più spesso a tenerle compagnia; avrebbero letto e studiato insieme come in passato, ma ella doveva procurare d'essere più allegra perché egli non amava le persone tristi. Il suo pensiero volò ad Ange! Come sapeva ridere a lungo, lei, con risate prolungate e contagiose, e sorrise egli stesso pensando che quelle risate avrebbero echeggiato in modo ben strano nella sua triste casa.



III

Una sera egli doveva trovarsi con lei alle venti precise, ma mezz'ora prima, il Balli mandò ad avvisarlo che lo attendeva al Chiozza, giusto a quell'ora, per fargli delle comunicazioni importantissime. Egli s'era già schermito da altri simili inviti che avevano soltanto lo scopo di strapparlo qualche volta ad Angiolina, ma quel giorno colse il pretesto di rimandare l'appuntamento per penetrare nella casa della fanciulla. Avrebbe studiata quella persona già tanto importante nella sua vita, nelle cose e nelle persone che l'attorniavano. Già cieco, egli conservava tuttavia il contegno delle persone che vedono bene.
La casa d'Angiolina era situata a pochi metri fuori della via Fabio Severo. Grande e alta, in mezzo alla campagna, aveva tutto l'aspetto di una caserma. La portineria era chiusa ed Emilio, invero con un po' d'esitazione non sapendo come sarebbe stato accolto, salì al secondo piano. - Non è certo l'aspetto della ricchezza, - mormorò per registrare i suoi rilievi a viva voce. La scala doveva essere stata fatta molto in fretta, le pietre mal squadrate, la ringhiera di ferro grezzo, i muri bianchi di calce, niente di sudicio ma tutto povero.
Venne ad aprirgli una ragazzina, decenne forse, con un ragnatelo di vestito goffo e lungo, bionda come Angiolina, ma gli occhi smorti, la faccia giallastra, anemica. Non parve per nulla sorpresa al vedere un volto nuovo; soltanto sollevò e fermò con la mano al petto i lembi del giacchettino privo di bottoni. - Buon giorno! Ella desidera? - Aveva una cortesia cerimoniosa fuori di posto nella personcina puerile.
- C'è la signorina Angiolina?
- Angiolina! - chiamò una donna che nel frattempo s'era avanzata dal fondo del corridoio. - Un signore domanda di te. - Quella probabilmente era la dolce madre cui Angiolina aveva anelato di ritornare allorché era stata abbandonata dal Merighi. La vecchia vestiva da serva, in colori vivaci per quanto un po' stinti, il grande grembiale turchino, e turchino il fazzoletto che portava in testa alla friulana. Del resto il volto conservava qualche traccia di bellezza passata; anzi il profilo ricordava quello d'Angiolina, ma la faccia ossuta e immobile con degli occhietti neri pieni d'inquietudine aveva qualche cosa della bestia attenta per sfuggire alle legnate. - Angiolina! chiamò ancora una volta. - Viene subito - avvertì con grande cortesia. Poi, senza guardarlo mai in faccia, disse più volte: - S'accomodi intanto. - La sua voce nasale non sapeva essere gradevole. Ella esitava come un balbuziente al principio di un discorso; poi tutta la frase le usciva di bocca ininterrotta, un solo soffio privo di qualunque calore.
Ma, dall'altra parte del corridoio, correndo, venne Angiolina. Era già vestita per uscire. Vedendolo si mise a ridere, e lo salutò cordialmente: - Oh, signor Brentani. Che bella sorpresa! - Presentò disinvolta: - Mia madre, mia sorella.
Era proprio quella la dolce madre cui però Emilio, lieto d'essere stato accolto così bene, porse la mano, mentre la vecchia, non essendosi attesa tanta degnazione, diede la propria con un po' di ritardo; non aveva capito che cosa egli volesse e quegli occhi inquieti di volpe l'avevano fissato per un istante con un'immediata, evidente diffidenza. La ragazzina, dopo la madre, gli porse anch'essa la mano tenendo la sinistra sempre al petto. Ottenuto quell'onore disse con calma: - Grazie.
- S'accomodi qui - disse Angiolina; corse ad una porta in fondo al corridoio e la aperse. Beato, il Brentani si trovò solo con Angiolina; perché la vecchia e la ragazzina, fatto un ultimo complimento, erano rimaste fuori della porta. E, chiusa quella porta, egli dimenticò tutti i suoi propositi d'osservatore. L'attirò a sé.
- No - pregò essa - qui accanto dorme mio padre ch'è indisposto.
- So baciare senza far rumore, - dichiarò lui e le premette lungamente le labbra sulla bocca mentre essa continuava a protestare, ne risultò così un bacio frazionato in mille, adagiato in un alito tiepido.
Stanca, ella si svincolò e corse ad aprire la porta. - Ora s'accomodi qui e sia saggio perché dalla cucina ci vedono. - Sempre ancora rideva ed egli, poi, la rammentò spesso così lieta d'avergli giuocato quel tiro da bambina maliziosa che fa dispetti a chi la ama. Sulle tempie i capelli le erano stati arruffati dal suo braccio, ch'egli, come sempre, aveva posto intorno alla bionda testa; con l'occhio egli accarezzò le tracce della propria carezza.
Appena più tardi vide la stanza in cui si trovavano. La tappezzeria non era troppo nuova, ma i mobili, date quelle scale, quel corridoio e i vestiti della madre e della sorella, sorprendentemente ricchi, tutti dello stesso legno, noce, il letto coperto di un drappo con larga frangia, in un canto un vaso enorme con alti fiori artificiali e di sopra, sulla parete, aggruppate con grande accuratezza, molte fotografie. Del lusso insomma.
Egli guardò le fotografie. Un vecchio che s'era fatto fotografare in posa di grand'uomo, appoggiato a un fascio di carte. Emilio sorrise. - Il mio santolo - presentò Angiolina. Un giovanotto vestito bene ma come un operaio in festa, una faccia energica, uno sguardo ardito. - Il santolo di mia sorella, - disse Angiolina, - e questo è il santolo del più giovane dei miei fratelli, - e fece vedere il ritratto di un altro giovanotto più mite e più fine dell'altro.
- Ce ne sono degli altri? - domandò Emilio, ma lo scherzo gli morì sulle labbra perché tra le fotografie ne aveva scoperte due unite, di uomini ch'egli conosceva: Leardi e Sorniani! Il Sorniani, giallo anche in fotografia, lo sguardo torvo , pareva continuasse anche di là a dir male d'Angiolina. La fotografia del Leardi era la più bella: la macchina aveva fatto questa volta il proprio dovere riproducendo tutte le gradazioni del chiaroscuro, e il bel Leardi pareva ritratto a colori. Stava là, disinvolto, non appoggiato a tavoli, libere le mani inguantate, proprio in atto di presentarsi in un salotto ove forse lo attendeva una donna sola. Guardava Emilio con una cert'aria di protezione, naturale alla sua bella faccia d'adolescente, ed Emilio dovette torcere lo sguardo, pieno di rancore e d'invidia.
Angiolina non comprese subito perché la fronte di Emilio si fosse tanto oscurata. Per la prima volta, brutalmente, egli tradì la sua gelosia: - Non mi piace mica di trovare tanti uomini in questa stanza da letto. - Poi, vedendo ch'ella si sentiva tanto innocente da essere stupefatta del rimprovero, addolcì la frase: - E quello che io ti diceva sere or sono; non è bello di vederti circondata da cotesti figuri e può danneggiarti. Già il fatto che li conosci è compromettente.
Improvvisamente ella ebbe dipinta sulla faccia una grande ilarità, e dichiarò ch'era ben lieta di vederlo geloso. - Geloso di questa gente! - disse poi rifacendosi seria e con aria di rimprovero, - ma quale stima hai dunque di me? - Ma quando egli stava già per chetarsi, ella commise un errore. - A te, vedi, darò non una ma due delle mie fotografie - e corse all'armadio a prenderle. Dunque tutti gli altri possedevano una fotografia di Angiolina; ella glielo aveva raccontato, però con un'ingenuità tale che egli non osò di fargliene un rimprovero. Ma venne ancora di peggio.
Costringendosi ad un sorriso, egli guardava le due fotografie ch'ella gli aveva consegnate con un inchino scherzoso. Una, in profilo, era fatta da uno dei migliori fotografi della città; l'altra era un'istantanea bellissima ma più per il vestito elegante, trinato, ch'ella aveva portato la prima volta in cui egli le aveva parlato, che per la faccia sfigurata dallo sforzo di tener aperti gli occhi ai raggi del sole. - Chi ha fatto questa poi? - domandò Emilio. - Il Leardi forse? - Egli ricordava d'aver visto il Leardi sulla via, con una macchina fotografica sotto il braccio.
- Ma no! - disse essa. - Geloso! Me l'ha fatta un uomo serio, sposato: il pittore Datti.
Sposato sì, ma serio? - Non geloso, - disse il Brentani, con voce profonda, - triste, molto triste. - Ed ora vide fra le fotografie anche quella del Datti, il grande barbone rosso, ritratto con predilezione da tutti i pittori della città e, vedendolo, Emilio ebbe un dolore acuto al ricordare una sua frase « Le donne con cui ho a fare, non sono degne di costituire un torto a mia moglie ».
Egli non aveva più bisogno di cercare dei documenti, gli cascavano addosso, l'opprimevano, ed Angiolina, maldestra faceva del suo meglio per illustrarli, metterli in rilievo. Umiliata e offesa, mormorò: - Merighi m'ha fatto conoscere tutta questa gente. - Ella mentiva perché non era credibile che il Merighi, un commerciante laborioso, avesse conosciuto quei giovinastri e quegli artisti o, pur conoscendoli, fosse andato a sceglierli per presentarli alla sua sposa
Egli la guardò a lungo con uno sguardo inquisitore come se fosse stata la prima volta che la vedesse ed ella comprese la serietà di quell'occhiata; un po' pallida guardava in terra e attendeva. Ma subito il Brentani ricordò quanto poco egli avesse il diritto di essere geloso. - No! né umiliarla né farla soffrire mai! - Dolcemente, per dimostrarle ch'egli l'amava ancora sempre, - egli sentiva che le aveva già manifestato un sentimento molto differente, - volle baciarla.
Subito ella apparve rabbonita ma s'allontanò e lo scongiurò non la baciasse più. Egli si sorprese ch'ella rifiutasse un bacio tanto significante e finì coll'adirarsene più che per quanto era successo prima. - Ho già tanti peccati sulla coscienza - disse ella seria, seria, - che oggi mi sarà ben difficile di ottenere l'assoluzione. Per colpa tua mi presento al confessore con l'animo mal preparato.
In Emilio rinacque la speranza. Oh, la dolce cosa ch'era la religione. Di casa sua e dal cuore d'Amalia egli l'aveva scacciata, - era stata l'opera più importante della sua vita, - ma ritrovandola presso Angiolina, la salutò con gioia ineffabile. Accanto alla religione delle donne oneste, gli uomini sul muro parvero meno aggressivi e, andandosene, egli baciò con rispetto la mano ad Angiolina che accettò l'omaggio come un tributo alla sua virtù. Tutti i documenti raccolti erano inceneriti alla fiamma di un cero sacro.
Perciò, l'unica conseguenza della sua visita fu che egli aveva trovata la via a quella casa. Prese l'abitudine di portarle la mattina i dolci pel caffè. Era una gran bell'ora anche quella. Si stringeva al seno il magnifico corpo uscito allora dal letto, e ne sentiva il tepore, che passava il leggero vestito da mattina e gli dava il sentimento di un contatto immediato con la nudità. L'incanto della religione era presto svanito perché quella di Angiolina non era tale da proteggere o difendere chi non fosse difeso altrimenti, ma pure ad Emilio i sospetti non vennero mai così fieri come la prima volta. In quella stanza egli non aveva il tempo di guardarsi d'intorno.
Angiolina tentò di simulare quella religione che le aveva giovato tanto una volta, ma non le riuscì e presto ne rise spudoratamente. Quando ne aveva assai dei suoi baci, lo respingeva dicendogli: Ite missa est, insudiciando un'idea mistica ch'Emilio serio, serio, aveva espressa più volte al momento di separarsi. Domandava un Deo gratias quando chiedeva un piccolo favore, gridava mea maxima culpa quando egli diventava troppo esigente, libera nos Domine quando non voleva sentir parlare di qualche cosa.
Eppure egli aveva una soddisfazione completa dal possesso incompleto di quella donna, e tentò di procedere oltre solo per diffidenza, per timore di venir deriso da tutti quegli uomini che lo guardavano. Ella si difese energicamente: i suoi fratelli l'avrebbero ammazzata. Pianse una volta in cui egli fu più aggressivo. Non le voleva bene se voleva renderla infelice. Allora egli rinunziò a quelle aggressioni, racchetato, lieto. Ella non era appartenuta a nessuno ed egli poteva essere certo di non venir deriso.
Però ella gli promise formalmente che sarebbe stata sua quando si fosse potuta dare senza espor lui a fastidi né se stessa a danni. Ne parlava come della cosa più naturale di questo mondo. Anzi ebbe una trovata: bisognava cercare un terzo su cui scaricare questo disturbo, questo danno e non poche beffe. Egli stava ad ascoltare estatico queste che non gli parevano altro che dichiarazioni d'amore. C'era poca speranza di trovare quel terzo come lo voleva Angiolina, ma dopo queste parole egli credeva di poter adagiarsi tranquillo nel proprio sentimento. Ella era in verità come egli l'aveva voluta, e gli dava l'amore senza legami, senza pericolo.
Certo, per il momento tutta la sua vita apparteneva a quelamore; non sapeva pensare altro, non sapeva lavorare, neppure adempiere per bene ai suoi doveri d'ufficio. Ma tanto meglio. Per qualche tempo la sua vita assumeva tutta un aspetto nuovo, e in seguito sarebbe stato altrettanto divertente di ritornare alla calma di prima. Amante delle immagini, egli vedeva la propria vita quale una via diritta, uniforme, traverso una quieta valle; dal punto in cui egli aveva avvicinata Angiolina la strada si torceva, deviava per un paese vario d'alberi, di fiori, di colli. Era un piccolo tratto e si ridiscendeva poi a valle, alla facile via piana e sicura, resa meno tediosa dal ricordo di quell'intervallo incantevole, colorito, fors'anche faticoso.
Un giorno ella lo avvisò che doveva andare a lavorare presso una famiglia di conoscenti, certi Deluigi. La signora Deluigi era una buona donna; aveva una figlia ch'era amica d'Angiolina, un vecchio marito, e in casa non c'erano giovanotti; tutti volevano un gran bene ad Angiolina in quella casa. - Ci vado molto volentieri, perché là passo le giornate meglio che non in casa mia. - Emilio non ebbe niente da ridirci, e si rassegnò anche a vederla, di sera, meno spesso. Ella ritornava tardi dal lavoro e non valeva più la pena di trovarsi.
Perciò egli ebbe ora delle sere che poté dedicare all'amico e alla sorella. Ancora sempre egli tentava d'ingannarli - come ingannava se stesso - sull'importanza della sua avventura, ed era persino capace di voler far credere al Balli d'essere lieto che Angiolina qualche sera fosse occupata per non averla, dopo tutto, vicina ogni giorno. Il Balli lo faceva arrossire guardandolo con occhio scrutatore, ed Emilio, non sapendo dove celare la sua passione, derideva Angiolina, riferiva certe osservazioni esatte che andava facendo su lei e che veramente non attenuavano affatto la sua tenerezza. Ne rideva con sufficiente disinvoltura, ma il Balli, che lo conosceva e che nelle sue parole sentiva un suono falso, lo lasciava ridere solo.
Ella toscaneggiava con affettazione e ne risultava un accento piuttosto inglese che toscano. - Prima o poi - diceva Emilio, - le leverò tale difetto che m'infastidisce. - Ella portava la testina eternamente inclinata sulla spalla destra. - Segno di vanità, secondo il Gall - osservava Emilio, e con la serietà di uno scienziato che fa degli esperimenti, aggiungeva: - Chissà che le osservazioni del Gall non sieno meno errate di quanto generalmente si creda? - Era golosa, amava di mangiare molto e bene; poveretto colui che se la sarebbe addossata! Qui poi mentiva sfacciatamente perché egli amava altrettanto di vederla mangiare che di vederla ridere. Derideva tutte le debolezze ch'egli specialmente amava in lei. S'era molto commosso un giorno in cui Angiolina, parlando d'una donna molto brutta e molto ricca, era uscita nell'esclamazione: - Ricca? Allora non brutta. - Ci teneva tanto alla bellezza e l'abbassava dinanzi a quell'altra potenza. - Donna volgare - rideva ora col Balli.
Così, fra il suo modo di parlare col Balli e quello da lui usato con Angiolina, nel Brentani s'erano andati formando addirittura due individui che vivevano tranquilli l'uno accanto all'altro, e ch'egli non si curava di mettere d'accordo. In fondo egli non mentiva né al Balli né ad Angiolina. Non confessando il proprio amore a parole, si sentiva sicuro come lo struzzo che crede d'eludere il cacciatore non guardandolo. Quando invece si trovava con Angiolina, egli si abbandonava tutto al proprio sentimento. Perché avrebbe dovuto diminuirne la forza e la gioia con una resistenza che non aveva alcuna ragione d'essere dove non c era alcun pericolo? Egli amava, non solo desiderava! Sentiva muoversi nell'animo anche qualche cosa che somigliava a un affetto paterno, al vederla così inerme come per loro stessa natura certi disgraziati animali. La mancanza d'intelligenza era una debolezza di più, che chiedeva carezze e protezione.
S'incontrarono al Campo Marzio proprio allorché ella, adirata di non averlo trovato al posto, stava per andarsene. Era la prima volta ch'egli l'avesse fatta attendere, ma con l'orologio alla mano egli le provò di non aver tardato. Raddolcita l'ira, ella confessò che quella sera aveva avuto una speciale premura di vederlo, per cui era stata dessa ad anticipare; aveva da raccontargli delle cose tanto strane che le accadevano. Si appese affettuosamente al suo braccio: - Ho pianto tanto ieri - e si asciugò le lagrime che nell'oscurità egli non poté vedere. Non volle dirgli niente finché non fossero giunti sulla terrazza, e vi salirono a braccetto pel lungo viale oscuro. Egli non aveva alcuna premura d'arrivarci. La notizia che aveva da sentire non poteva essere cattiva visto che Angiolina ne veniva resa più affettuosa. Si fermò più volte per baciarla sulla veletta.
La fece sedere sul muricciolo, si appoggiò lievemente con un braccio sulle sue ginocchia e, per difenderla dalla pioggerella penetrante che continuava a cadere da parecchie ore, la coperse col proprio ombrello.
- Sono fidanzata - disse essa, nella voce un tentativo di nota sentimentale, rotta subito da una grande voglia di ridere.
- Fidanzata! - mormorò Emilio per un istante incredulo tanto che subito si rivolse a indagare la ragione per cui ella gli diceva quella bugia. La guardò in faccia e, ad onta dell'oscurità, vide nell'atteggiamento la sentimentalità che dalla voce era scomparsa. Doveva essere vero. A quale scopo gli avrebbe raccontato una bugia? Avevano dunque trovato il terzo di cui abbisognavano! - Sarai contento ora? - domandò ella carezzevole.
Ella era ben lontana dal sospettare quello che avveniva nell'anima sua ed egli, per pudore, non disse le parole che gli bruciavano le labbra. Ma come avrebbe potuto simulare la gioia cui ella s'attendeva! Era stato tanto violento il suo dolore che gli era occorso di sentirsi ricordare da lei che altre volte egli aveva amato di udirla parlare di quel progetto. Ma quel progetto in bocca d'Angiolina gli era sembrato una carezza. Di più egli si era baloccato con quel piano, ne aveva sognata l'attualizzazione e la conseguente felicità. Ma quanti piani non erano passati per il suo cervello senza lasciar traccia? Aveva sognato in sua vita persino il furto, l'omicidio e lo stupro. Del delinquente aveva sentito il coraggio e la forza e la perversità, e dei delitti aveva sognati i risultati, l'impunità prima di tutto. Ma poi, soddisfatto del sogno, egli aveva ritrovati immutati gli oggetti che aveva voluto distruggere, e s'era chetato, la coscienza tranquilla. Aveva commesso il delitto ma non v'era danno. Ora invece il sogno s'era fatto realtà ed egli, che pur l'aveva voluto, se ne sorprendeva, non ravvisava il suo sogno perché prima aveva avuto tutt'altro aspetto.

...continua


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