Giap

Giap!

Tre anni di narrazioni e movimenti


A cura di Tommaso De Lorenzis


Introduzione



"Un giorno (più di vent'anni fa) un allievo di prima media, accompagnato da due o tre compagni, andò a porre timidamente, alla fine di un corso, la seguente domanda al professore di Francese: bisogna, quando si legge un libro (un romanzo), ricordare, oltre alla storia, il nome dell'autore?".
ABDELFATTAH KILITO, 1985

"Creare universi in cui ambientare romanzi sempre nuovi è il mio lavoro. E devo costruirli in modo tale che non cadano a pezzi dopo due giorni. Perlomeno, questa è la speranza dei miei editori. Comunque, voglio svelarvi un segreto: a me piace costruire universi che cadono a pezzi. Mi piace osservarne lo scollamento, e vedere come i personaggi dei romanzi affrontano il problema".
PHILIP K. DICK, 1978


La vecchia foto in bianco e nero immortala un orientale in uniforme. Posa marziale. Espressione decisa. Occhi tranquilli. Nonostante le atrocità. Nonostante gli orrori della guerra e le insidie mortali della giungla che ricopre in lungo e in largo l'Indocina. Occhi che hanno visto oppressioni secolari, massacri inenarrabili, ma anche vittorie imprevedibili, la disfatta degli eserciti nemici, la liberazione di un popolo.
Occhi che hanno visto cadere Dien Bien Phu.
Il volto del leggendario Vô Nguyen Giap è stato un'icona per i rivoluzionari di mezzo mondo. All'inverso, uno spauracchio per le centrali imperialistiche dell'Occidente. Si narra che un nevrotico Barry Goldwater volesse "defoliare" la foresta vietnamita con le bombe nucleari. Un modo come un altro per risolvere il problema di una vegetazione rigogliosa.
Altri luoghi e altri tempi. Altre storie e altri miti, verrebbe da dire. Soprattutto viene da chiedersi fino a quando le storie e i miti possono dirsi tali. Prima di trasformarsi in canoni usurati. Nel caso in questione, in polverosi cimeli di una vetusta mistica guerrigliera.
Secondo gli autori di quest'antologia, le storie e i miti non tramonteranno mai. E questo è un libro per coloro che amano le narrazioni, per quanti sono ancora disposti a trascorre una notte ascoltando mille leggende, per chi si rifiuta di credere che "tutto sia già stato raccontato" e per chi, pur pensandolo, ritiene che tutto possa essere favoleggiato nuovamente.
C'era una volta è un buon modo di vedere le cose.

Alla metà degli anni Novanta, un bizzarro personaggio fa irruzione sulla scena del Bel Paese. Compare improvvisamente, come il protagonista senza nome di certi western all'italiana. E forse, proprio per questo a Tonino Valerii è venuto in mente uno dei più bei titoli del genere: Il mio nome è Nessuno. Nessuno è anche la sagace risposta che Odisseo dà al Ciclope accecato.
Non c'è giornalista che riesca a strappargli un'intervista esclusiva, né fotografo free lance che ottenga di ritrarlo, magari per un unico fuggevole scatto. Cosa ben più assurda, nessuno lo incontra. Anche solo per caso.
All'inizio di questa storia, Luther Blissett è un nome ignoto ai più. Fanno eccezione i frequentatori della curva sud dello stadio Giuseppe Meazza, Milano, San Siro. Ancora oggi, a sentirlo nominare, sono scossi da un brivido di puro terrore. Già, perché dalle parti di piazzale Lotto Luther Blissett è fin troppo conosciuto, trattandosi di uno di quei flop, inspiegabili, che fanno dannare i tifosi più accaniti. E il vecchio Luther, centravanti di origine giamaicana, è stato una croce per i fan milanisti. Non croce e delizia, alla George Best per intenderci, bensì un'essenziale e crudelissima croce. Senza delizia alcuna.
Eppure, Blissett assurge presto agli onori della cronaca. Per meriti extracalcistici. Per alcune memorabili patacche rifilate al sistema dell'informazione.
Notizie di fasulli riti satanici catalizzano nel giro di pochi mesi l'attenzione, seriosa e isterica, di numerosi giornali e telegiornali. La denuncia della scomparsa di un famoso illusionista londinese mobilita, per mezza Europa, la redazione della trasmissione Chi l'ha visto? Ovviamente? Tutto falso.
Quando un quotidiano locale rese pubblica la confessione di una prostituta, che ammetteva di aver diffuso intenzionalmente il virus dell'Hiv, la città di Bologna conobbe un momento di panico collettivo. Luther, intanto, se la rideva nell'ombra, dal momento che le iniziali della perfida untrice erano, guarda caso, L. B. Vale la pena ricordare che, negli anni Ottanta, circolava una leggenda metropolitana. Qualcuno aveva raccontato a qualcun altro, che poi si era confidato con un terzo, che un tipo aveva rimorchiato una donna. In un bar, in una discoteca, all'uscita di un cinema, non faceva differenza. Dopo averci passato la notte, il malcapitato si risvegliava da solo, come in certi romanzi gialli. Ma al posto dell'immancabile, e a questo punto auspicabile, cadavere, trovava una scritta tracciata col rossetto su uno specchio: "Benvenuto nel fantastico mondo dell'Aids". Quello che si dice un brutto risveglio. Nessuno può dire se Mr. Blissett fosse al corrente del racconto. Ma la leggenda, in un modo o nell'altro, è ritornata(1). Amen.

Le stangate organizzate da Luther crearono un black out nell'apparentemente indiscutibile concetto di verità. Se dietro ogni notizia poteva celarsi una beffa, diventava impossibile, in linea di principio, distinguere l'autentico dal suo contrario. Nello specchio di incontenibili e smodate brame, i media fissavano ipnotizzati la loro immagine riflessa. Per troppo tempo avevano diffuso menzogne sotto forma di verità e finalmente smettevano di allenarsi con un inadeguato sparring partner. Con le meritorie, ma inefficaci, campagne di controinformazione.
Cominciava l'incontro, ed ecco che si presentava, come nella commedia di Plauto, il gemello indesiderato. Il doppio in senso letterale, che può farti fare una gran bella figura di merda. Colui che, assumendo la cinica sovrapposizione tra vero e falso, spacciava il falso nella forma del vero e sul vero gettava un dubbio. Sempre ragionevole. Sempre fondato.

Luther Blissett non è mai esistito.
O meglio, non è mai esistito nella maniera con cui comunemente si riferisce un nome a un'identità, certa e definita. Luther Blissett è stato un nome multiplo, adottabile da chiunque, senza distinzioni di sorta. Luther il Condividuo, che ha acquisito il nome di un epico calciatore rossonero. Il collante di pratiche diverse, in grado di varcare i confini tra individuo e collettività, capace di consacrare, nella sfera dei miti, le azioni di resistenza ludica al funzionamento della macelleria neoliberista. Spazio privilegiato di intervento? L'informazione, la comunicazione in senso lato, l'arte e la cultura(2). I covi? Disseminati ovunque nelle oscure plaghe del corpo sociale, dove abita il mucchio selvaggio dell'intelligenza collettiva e una boutade, detta a caso, si muta spesso in un'idea. Un poco strana, certamente, ma in fondo brillante.

Dopo ogni truffa, il ritornello era immancabilmente lo stesso. "Chi è stato?" si gridava in coro. E i media abbacinati sempre lì a rispondere: "È stato Luther Blissett", che è come dire Nessuno. Un'altra storia che ritorna.

Nel 1999, una cellula che operava nella colonna bolognese del Luther Blissett Project siglò, col nome del celebre Condividuo, un romanzo a intreccio storico, un grandioso western teologico ambientato nei primi trent'anni della Riforma protestante.
Attraverso le vicende di un eretico dai molti nomi e del suo antagonista, la fidata creatura del cardinale Carafa, l'intreccio dà voce a folte schiere di umiliati e offesi. A coloro che, per realizzare il paradiso in Terra, ingaggiarono una guerra contro tutti i poteri e contro tutti i padroni. Contro gli esponenti del Vaticano, i nuovi despoti luterani e gli emergenti banchieri.
Uno dei tanti fuochi della guerriglia comunicativa di fine Novecento stava optando unilateralmente per un cambio di strategia. Dopo interminabili appostamenti ai convogli delle notizie, memorabili truffe a danno dei media, dopo la diffusione negli spazi cavernosi dell'underground di una letteratura blissettiana, fatta di fanzine ma anche di pubblicazioni ben meditate, l'assalto alla cultura puntava deciso sul mainstream. Si trattava di infiltrarsi nella roccaforte dell'industria culturale e da lì ripensare le tecniche della sovversione semiologica. "Dalla foresta di Sherwood al castello di Nottingham", dichiarò Blissett, rimestando nel fondo tenebroso dei secoli alla ricerca dell'album di famiglia. Per indugiare affettuosamente, dopo averlo trovato, sulla pagina dedicata all'antenato sassone: Robin Hood.
Q fu il segnale che tanti irregolari aspettavano per dare battaglia in campo aperto. L'operazione prese il nome di Dien Bien Q, sintesi ironica tra il titolo del romanzo e la mitica battaglia, che il popolo vietnamita condusse vittoriosamente, sotto la guida del generale Giap, contro la piazzaforte di Dien Bien Phu. S'intravedevano sconosciute possibilità di sperimentazione all'incrocio tra i sentieri battuti dal generale Luther e la strada maestra delle grandi narrazioni.
Il primo gennaio del 2000, alcune soggettività del Luther Blissett Project formalizzarono l'avvenuta metamorfosi. La forma scelta fu quella del seppuku, l'abbandono di sé in voga presso la cultura nipponica. "Il suicidio è la dimostrazione pratica della rinuncia di Blissett alla sopravvivenza come logica identitaria e territoriale. Il suicidio è l'ultimo, estremo, radicale darsi alla macchia di un eroe", scriveva il Multiplo nel suo testamento. Una morte, anch'essa ludica e giocosa, che non ha mai preteso di concludere circolarmente l'esperienza del multiple name, piuttosto di dispiegare nuove opportunità di conflitto(3). Un passaggio dettato dalla preoccupazione di non risultare inopportuni e tediosi, perché come diceva l'ineguagliabile Cary Grant: "Meglio andarsene un minuto prima, lasciandoli con la voglia, piuttosto che un minuto dopo, avendoli annoiati".

Comincia così l'avventura dell'atelier narrativo Wu Ming, che in cinese mandarino significa "Senza nome". I dati anagrafici dei cinque componenti del laboratorio di design letterario sono noti, ma per esplicita ammissione degli stessi contano molto poco. L'idea era di promuovere la centralità delle storie e l'importanza delle narrazioni, di scrivere, in altre parole, dei buoni romanzi, rifiutando la notorietà imbalsamata del Divo.
La scelta di ricorrere al marchio Wu Ming risponde all'esigenza di praticare un anonimato ambivalente, inteso come presenza continua presso le comunità di lettori, trasparenza nei confronti delle reti sociali e al tempo stesso rigetto delle logiche dell'Apparizione. Anonimato atipico, che si configura come alternativa credibile a un atteggiamento ritirato e autorecluso, a un Occulto narrativo caro a certi scrittori d'oltreoceano. Ai tanti Thomas Pynchon, J. D. Salinger, Horace Jacob Little, J. T. Leroy...
Tuttavia, come insegna Philip K. Dick, lo scrittore misterioso, che ci si immagina barricato in una fortezza tetra e inespugnabile, risiede in un'allegra casetta "a un solo piano decorata a stucco, con molti cespugli tutt'intorno e un bel giardino composto prevalentemente da rose rampicanti"(4). È una persona squisita, affabile e cortese, se non gli stai troppo addosso, e al quale fa piacere, come a chiunque altro, bere un buon bicchiere di whisky.


...continua

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